lunedì 14 giugno 2010

pianti di notte

sono all'inps e nell'inevitabile attesa, ascolto una ragazza che tenendo in braccio un bimbo di 3 mesi, parla con una signora.
e inorridisco.
la giovane mamma chiama suo figlio teneramente "disgraziato" mentre racconta di come hanno fatto a far dormire il pargolo per tutta la notte: l'hanno lasciato piangere nel soggiorno per qualche notte.

allora, io sarò troppo chioccia, molto fortunata perchè il frullecchio ha fatto solo un paio di notti sveglissimo, ma mi piangrva il cuore mentre immaginavo quello scricciolo cercare i suoi genitori, disperato e senza trovarli....aiuto!
il commento di
in uno dei commenti al post di ma che davvero? mi colpisce il commento di Santi Numi dove unisce il suo ricordo di infanzia della notte con le abitudini da adulta.
e mi sembra che non faccia una piega: io mi sono vista il piccolo di tre mesi tra qualche anno crollare davanti alla tele o a lavorare di notte per stemperare la paura-

che la mamma sia troppo giovane? che manchino i servizi per il sostegno alla maternità? che manchi la rete sociale? che sia il segnale di una cultura galoppante??

3 commenti:

pontitibetani ha detto...

non so anna, più passa il tempo più trovo difficile capire i genitori, oppure li capisco troppo.
non so.
ma è difficile capire le alchimie personali dei genitori per sopravvivere ai figli, in una dialettica reciproca molto faticosa, fatta di ombre e dubbi.
bisogna vedere se quella mamma dopo una notte di sonno, al mattino diventa una madre dolce e attenta, capace di dare al bimbo una continuità esistenziale che fa da "rete" al suo "disgraziato" ...

mi ricordo, in questo senso, una mamma di una ragazza disabile ricoverata in una megastruttura residenziale per disabili ... definiva la figlia "testa di legno" .. dopo un giudizio pesante però abbiamo anche accolto la sua storia, fatta di notti (e di anni) insonni e tragiche, di un tentato suicidio per la disperazione e dolore ...
alla fine quella definizione che sembrava così cruda ...nascondeva anni di infinta dedizione e amore, e di una sconfitta bruciante e necessaria per salvaguardare se stessa, altre due figlie piccole e un marito affettuoso ...

solo dopo, dopo le parole si potrà capire, cosa stia dicendo quella madre davvero e se quei pianti non saranno consolati da mani delicate e da cure infinite di giorno ....

quello che manca è proprio quest'area di parole che aiutino le mamme a capire cosa occcorre a sopravvivere e cosa finisce per essere un costo davvero gravoso per il/la suo/a bimbo/a

mammagattone ha detto...

beh, personalmente non lo farei mai, dico, di lasciar piangere la creatura da sola due o tre notti in soggiorno....anzi, la Pici ha già il suo micio personale che le dorme ai piedi ne lettino...per non essere mai troppo sola, anche se soli non si è mai...insomma....però mi tornano le parole di Galimberti nel libro dei miti del nostro tempo, rispetto al mito della maternità, il sacrificio della madre per il figlio, sacrificio di corpo, tempo, spazio,relazioni....una madre che accudisce il proprio figlio e che dovrebbe essere accudita dal padre....
e parla poi della disperazione di queste madri lasciate sole dai padri amici etc dalle famiglie sempre più isolate e dai legami sempre più fragili nella follia del nostro tempo...
quante mamme possono realmente prendersi il loro tempo di mamma e dedicarsi alla loro creatura e quante invece subito poco dopo il parto vivono già afflitte dal pensiero dei soldi, il mutuo e oddio dove lo metto se devo andare, fare, brigare.....allora anche una notte perduta diventa troppo e il figlio è disgraziato perchè chiede ancora di più.....
ieri era all'inps e nell'attesa osservavo la sala a gomito resa più stretta da quattro file di poltroncine,occupate da mamme col pancione, mamme con passeggini di traverso tali da impedire la circolazione, qulche straniro, un ragazzo con il gesso al braccio....un caldo insano e soffocante e quattro bei gradini di marmo da superare per poter entrare....ideale per i passeggini....che splendida metafora......

fillerouge ha detto...

mumble mumble mumble...è che a me i racconti del "l'ho lasciato piangente" mi fanno veramente fatica: mio fratello non dormiva più di un ora di seguito e urlava perchè stava male (l'hanno capito dopo un po' cos'aveva e dopo un po' ancora come curarlo). il primo anno della sua vita sono stati pianti, e i canti dei miei genitori (nonni, parenti, amici) che si davano il cambio giorno e notte.
non so se è quell'esperienza di stoicismo dei miei, gli studi, quello che ho letto, il primo mio figlio, non so cosa sia, ma a me l'idea di lasciarlo piangere da solo in un'altra stanza m'angoscia.
la cosa che mi ha colpito della giovane ragazza che lo raccontava era la normalità, come se fosse normale lasciarlo piangere perchè imparasse. ecco che su questo mi interrogo perchè se lo dice così, con tanta naturalezza ad uno sconosciuto all'imps, mi vien da pensare che gliel'abbia detto qualcuno. e Estevill è molto citato. e a me fa paura...